Quando pensiamo a una mostra d’arte, la mente corre a pareti bianche e quadri in fila. Ma se vi dicessi che l’esposizione più interessante in città in questo momento è un evento sui sogni, il cui artista di punta è famoso per le sue uova, ma sceglie di esporre un’opera di trent’anni fa dove la pittura cola letteralmente fuori dalla tela? Questo paradosso è il cuore pulsante di “Dreamars VI”, una mostra collettiva internazionale al Museo d’Arte e Scienza di Milano che sovverte ogni aspettativa.
L’idea di fondo è potente e necessaria: usare l’arte per rappresentare “la versione opposta delle cose un po’ brutte di questo mondo”. In un dialogo con la curatrice Eva Amos e l’artista Paolo Pellegrini, sono emerse lezioni inaspettate che scardinano le nostre convinzioni su cosa sia l’arte e cosa possa fare. Ecco le cinque verità più sorprendenti che abbiamo scoperto.
Paolo Pellegrini, uno dei 37 artisti in mostra, ha dedicato la sua intera ricerca artistica, a partire dal 2000, a un unico, potentissimo simbolo: l’uovo. Riprendendo un’idea del grande Bruno Munari, secondo cui è l’uovo la forma perfetta, ha esplorato questo concetto attraverso dipinti, acquerelli e sculture per oltre due decenni.
La prima, grande sorpresa è che per “Dreamars 6”, Pellegrini ha deciso di mettere da parte il suo soggetto più iconico. Invece di un’opera legata all’uovo, ha scelto di esporre un lavoro inedito del 1993. Questa scelta, apparentemente controintuitiva, si lega in modo profondo al tema della mostra: il sogno. L’opera delle origini, nata prima della sua ricerca più nota, diventa il simbolo di un’idea primordiale, di un sogno artistico che precede la sua più celebre materializzazione.
Questa decisione invita il pubblico a un’operazione critica fondamentale: guardare oltre le etichette che applichiamo agli artisti e riscoprire il punto di partenza di un percorso. Ci insegna che per capire veramente un’idea, a volte, bisogna tornare al momento in cui non era ancora definita, al sogno che le ha dato origine.
L’opera del 1993 di Pellegrini incarna un concetto rivoluzionario: la pittura che diventa scultura. L’artista descrive un’installazione in cui da un quadro appeso al muro fuoriusciva una “colata” in legno e cartapesta che si riversava sul pavimento, creando un “accumulo di materia”. Un’opera che rompe i confini bidimensionali della tela, perché, come afferma lo stesso Pellegrini, i suoi lavori di quel periodo “volevano invadere un po’ il nostro spazio”.
È l’artista stesso a collegare questa rottura fisica con il tema della mostra, offrendo una metafora tanto semplice quanto potente:
“…effettivamente è un po’ un sogno no un sogno che diventa materia no perché insomma il quadro potrebbe essere un po’ il sogno e la materia invece che fuoriesce…”
Questa idea trasforma radicalmente la nostra percezione dell’opera d’arte. Non è più un oggetto statico da osservare a distanza, ma un processo dinamico e vivo. È un’esperienza che invade il nostro spazio, rendendo tangibile un concetto astratto e impalpabile come il sogno e costringendoci a fare i conti con la sua presenza fisica.
In un mondo ossessionato dalla simmetria, Paolo Pellegrini ci offre una riflessione filosofica che ribalta le nostre certezze geometriche. La forma perfetta, insiste, non è la sfera, ma l’uovo. Il suo ragionamento è disarmante: la sfera, con i suoi diametri identici, è “monotona”, “rigida” e “ferma”. È una perfezione statica, chiusa in se stessa. L’uovo, al contrario, è una forma di perfezione dinamica. La sua bellezza risiede proprio nella diversità dimensionale: “la latitudine, la longitudine, le diagonali sono diverse”. Questa asimmetria è il simbolo della vitalità, della nascita, della vita stessa.
Ma la rivelazione più potente è l’origine di questa ricerca ventennale. A una domanda diretta su come sia iniziato tutto, Pellegrini risponde: “In realtà l’ho sognato”. Descrive una visione quasi mistica: “ho visto un uovo enorme in una città sospeso… con dei grattacieli… luminoso”. Un sogno così vivido da confondersi con la realtà, che ha dato il via a tutto il suo percorso artistico. Un’origine onirica che si lega perfettamente al tema della mostra e alla sua scelta di esporre un’altra opera-sogno delle sue origini.
Questa intuizione ci spinge a riconsiderare i nostri standard di perfezione. Ci suggerisce che la vera bellezza non si trova nell’equilibrio statico della simmetria, ma nell’asimmetria vitale, nel potenziale inespresso e nella promessa di un cambiamento continuo.
“Dreamars 6” non è una semplice esposizione, ma un punto di incontro per 37 artisti internazionali provenienti da culture e contesti radicalmente diversi: dal Giappone alla Germania, da Israele alla Cina, dalla Lettonia alla Francia. La vera forza dell’evento, però, non risiede solo nella qualità delle singole opere.
È ancora Paolo Pellegrini a fornire l’analogia più efficace per descrivere la magia di una mostra collettiva, trasformando un concetto curatoriale in un’immagine poetica.
“…la bellezza in questi casi cioè delle collettive è che c’è un un insieme di voci ognuno dice la sua ognuno presenta un proprio modo di vedere e tutti insieme creano veramente un una forza…”
Questa idea del “coro” si sposa perfettamente con la visione della curatrice Eva Amos, che sottolinea come le loro mostre non siano “sul bello”, ma costruite per affrontare temi specifici. Pellegrini, però, aggiunge una postilla cruciale: “anche se ognuno viaggia per conto proprio”. Non è un coro omologato, ma un’armonia polifonica nata da individualità forti e distinte, che trovano un terreno comune nel dialogo su temi universali.
Il tema centrale di “Dreamars 6” è chiaro e coraggioso: rappresentare “la versione opposta delle cose un po’ brutte di questo mondo come la discriminazione, parità di genere e violenza”. L’arte qui non è una fuga dalla realtà, ma un modo per affrontarla a viso aperto.
Questo impegno si traduce in azioni concrete. Durante il vernissage, sarà presente il centro antiviolenza “Cerchi d’acqua”. Un rappresentante dell’associazione parlerà al pubblico per fornire strumenti pratici: come prevenire la violenza, riconoscere i segnali d’allarme e aiutare chi ne è vittima. L’arte diventa il catalizzatore di un discorso sociale urgente.
Questa scelta ridefinisce il ruolo dello spazio espositivo. La galleria non è più solo un contenitore di oggetti estetici, ma diventa un sito attivo di intervento sociale. La presenza di un centro antiviolenza si trasforma in un atto curatorio tanto significativo quanto l’allestimento di un’opera, dimostrando che l’arte non è solo uno specchio del mondo, ma uno strumento per cambiarlo.
“Dreamars 6” ci offre una visione dell’arte molto più dinamica, impegnata e corale di quanto siamo abituati a pensare. Ci mostra la tensione creativa tra il sogno e la materia, tra la voce individuale e il coro collettivo, tra la perfezione statica della sfera e l’asimmetria vitale dell’uovo. Il percorso di Pellegrini ne è l’emblema, un viaggio tra due sogni: quello giovanile della forma che si libera dalla tela e quello maturo della forma perfetta sognata in una notte. L’arte è la nostra voce per dire le cose con la bellezza. Qual è il sogno che il mondo ha bisogno di vedere trasformato in materia oggi?
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n.327 del 27/11/2015