Per la prima volta in questo articolo utilizziamo gli asterischi (*): Così come Noemi (il nome con cui questo ragazz* ha scelto di farsi chiamare) li ha utilizzati nella sua lettera di addio.
Quella di oggi è stata una puntata un po’ diversa, segnata da un racconto forte e difficile da ascoltare.
Marco ci ha portato la storia di su* figli*, che undici anni fa si è tolt* la vita.
Lo so dell’enorme dolore che vi arrecherà questo gesto e mi dispiace molto. (…)
Mio figlio. L’amore che non ho fatto in tempo a dirgli, Marco Termenana
Erano anni che ero molto infelice e soffrivo; questa vita così dura non fa per me, sto sempre peggio. (…)
Mi sono sentit* sempre più Noemi, non Giuseppe, ma non c’entrate voi. (…)
Per il resto vi voglio bene, ora sarà dura lo so, ma piano piano andrà meglio (…)
Magari prima o poi ci rivedremo, ma io starò bene ora. Non vi preoccupate.
Ciao ^—^
Con questa straziante lettera, che è possibile trovare nelle prime pagine del libro, inizia la nostra chiacchierata con Marco, un padre che invita tutti quanti a non tenersi le cose dentro, a condividere prima di “esplodere”, prima che sia troppo tardi e in particolare, rivolge un appello ai genitori: «Parlate con i vostri figli. Seminate e qualcosa germoglierà, magari non subito, ma poi sì.»
Durante l’intervista ci racconta che ha iniziato a scrivere come forma di terapia, non riusciva a smettere di scrivere. «Scrivere è la mia morfina» e poi continua: «Non ho la pretesa di salvare nessuno. Non sono riuscito a salvare mio figlio. Però almeno così la sua morte non è stata “inutile”».
Parlare di Giuseppe però gli da l’impressione che sia ancora qui con lui, con sua madre e i suoi fratelli.
Marco ci racconta che Giuseppe è nato così, aveva una sorta di paura per il mondo. Non partecipava alle feste, si chiudeva nella sua cameretta. Questo suo isolarsi era come un imprinting, qualcosa che sembrava appartenergli da sempre, un modo che si era radicato in lui fin da piccolo. Marco spiega che sono sempre stati una famiglia presente: «Siamo arrivati impreparati, ma abbiamo fatto di tutto, il possibile e l’impossibile».
«Lo abbiamo sempre seguito, ma mai c’è stata data una diagnosi. Sulla salute mentale c’è moltissimo da fare, dobbiamo chiederci che cavolo sta succedendo ai nostri ragazzi!».
Ricorda ancora il momento in cui ha scoperto la verità e si è chiesto: «Perché il padre eterno mi sta facendo questo?».
Marco precisa che Giuseppe non era vittima di bullismo, aveva difficoltà a relazionarsi con gli altri, ma gli altri non l’avevano con lui. «Giuseppe a modo suo amava la vita, ma noi non siamo riusciti a farlo uscire da quella cavolo di stanza!»
Il disagio era dentro di lui, un disagio profondo, tutto suo, qualcosa che portava dentro e che pian piano lo ha consumato fino a fargli compiere il gesto estremo: “Aveva appena compiuto 21 anni quando, nel marzo 2014, si è tolto la vita gettandosi nel vuoto, dopo aver scavalcato la finestra della sua cameretta all’ottavo piano di un condominio nel quartiere di Lambrate“.
Un’intervista quella di oggi da ascoltare tutta, dal principio alla fine: ne vale davvero la pena. È una storia potente, difficile, ma importante, una storia da portare avanti e non dimenticare.
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n.327 del 27/11/2015